Oltre trecento barchette di carta forno galleggiano leggere su una piscina, fragile eco delle vite dei milioni di persone che migrano e si spostano nel mondo. Le loro rotte somigliano più a derive incontrollate che a itinerari programmati, sospese tra speranza e incertezza.
La mia riflessione nasce da un ricordo d’infanzia: mi chiesi perché, pur essendo nata in Cile e parlando spagnolo, chiamavo i miei nonni “Nonni” anziché “Abuelos”. In quell’istante si aprì davanti a me una lunga storia, fatta di volti nelle fotografie appese ai muri, cresciuti con l’aria di altre montagne.
All’inizio del Novecento, i miei bisnonni, insieme a molte altre persone, partirono dall’Italia verso un continente che prometteva molto, ma di cui nulla conoscevano. Pieni di speranze nelle valigie e di ricordi nella memoria, attraversarono mesi di oceano, fino a giungere in Cile.
Quel nuovo paese, con il suo manto verde e marrone e la possente schiena delle Ande, li accolse, ma solo con una condizione: ricominciare tutto da capo, avere coraggio e custodire gelosamente le proprie radici. Così la memoria delle origini rimase aperta come un ponte verso il futuro, affinché un giorno una nuova generazione potesse tornare al loro grembo originario: l’Appennino.
Le barchette di carta diventano metafora di questo viaggio, della speranza e della resilienza, rendendo tangibile l’emozione di ogni traversata, fisica o emotiva, verso un mondo nuovo.