“Quando l’attitudine diventa forma” è una performance che indaga la densità dello spazio sociale-urbano attraverso l’interazione diretta con la comunità permanente di piccioni che abita, nella prima istanzia, la Plaza de Armas di Santiago del Cile. Per tre giorni (27 /28 / 29 Dicembre 2001 dalle 09:00 alle 09:30 ore), in tre punti diversi della piazza, l’artista utilizza il mais come richiamo per guidare e modulare i movimenti degli uccelli lungo percorsi già inscritti nell’architettura del luogo, rivelando una coreografia collettiva e spontanea.
L’azione, che richiama in chiave contemporanea la figura del Pifferaio Magico (non più una città assediata dai topi, ma una piazza animata da quelli che vengono chiamati “topi dell’aria”, attratti non da una melodia, ma da una semplice offerta di cibo) , è documentata da tre dispositivi di ripresa: una camera semi-zenitale posizionata in alto dei palazzi che si affacciano alla piazza, una camera mobile che segue il gruppo in primo piano, e una registrazione soggettiva della performance.
Le immagini ottenute — nove riprese in totale — sono montate in un unico schermo in movimento, generando una visione stratificata.
La ripresa zenitale, in un processo di post produzione viene accelerata fino a un minuto, evidenziando il disegno grafico tracciato dalla massa dei piccioni, mentre il fruscio delle ali, il tubare dei piccioni e il loro tumulto — viene mantenuto a un volume medio-alto, contribuendo a evocare quella sensazione di densità, agitazione e presenza che accompagna ogni fenomeno di massa. Il video finale, della durata di tre minuti e concepito per funzionare in loop.
“Quando l’attitudine diventa forma” rende visibile ciò che spesso resta fuori dallo sguardo: il modo in cui le specie non umane abitano, definiscono e trasformano lo spazio urbano. La piazza emerge così come un territorio condiviso, in cui l’umano non è protagonista ma semplice visitatore, e dove la coreografia spontanea dei piccioni diventa una lente per ripensare le dinamiche di convivenza, territorialità e presenza collettiva nel cuore della città.
In seconda istanzia la performance si svolge in Piazza San Marco a settembre 2006 alle 9:30 am, nel cuore simbolico e fragile di Venezia. Per trenta minuti l’artista avanza nella piazza accompagnato da uno sciame di piccioni, che nutre con la mano destra mentre, con la sinistra, solleva un ombrello come segnale di guida. L’ombrello richiama quelli utilizzati dalle guide turistiche per condurre i gruppi attraverso la città: un gesto di orientamento, ma anche di potere simbolico, che qui viene ironicamente traslato su un “gruppo” di piccioni.
Il percorso tracciato dall’artista e dagli uccelli disegna sulla piazza un triangolo, forma che allude al simbolo del riciclaggio e alla ciclicità dei flussi che sostengono — e al tempo stesso consumano — la città. L’intera azione è ripresa da una videocamera installata sul Campanile di San Marco. In post-produzione la registrazione viene condensata in un minuto e il tragitto triangolare viene evidenziato graficamente, trasformando l’intervento performativo in una mappa dinamica di movimento, attrazione e ripetizione.
L’opera costruisce una doppia analogia: da un lato l’artista si sostituisce ironicamente alle guide che conducono i turisti fino a “uno dei salotti urbani più fotografati al mondo”, e dall’altro i piccioni diventano la proiezione dei turisti stessi — entrambi attirati dal cibo, dal gesto, dal rito collettivo che trasforma la piazza in un palcoscenico.
Dando da mangiare ai piccioni che a loro volta vengono nutriti dai turisti, l’artista mette in scena un ciclo che si autosostiene e che riflette una dinamica economica centrale per Venezia: l’incessante flusso di visitatori che alimenta la città, pur contribuendo al suo deterioramento. Piccioni e turisti diventano così metafore parallele di una presenza invasiva, capace di generare ricchezza ma anche di sporcare, affollare e mettere sotto pressione un patrimonio architettonico e sociale già estremamente fragile.
La performance evidenzia, attraverso un gesto minimo e ironico, la contraddizione di una città che vive del turismo e al contempo ne subisce gli effetti collaterali. Il triangolo tracciato nella piazza diventa allora il simbolo di un ciclo che si ripete, difficile da interrompere, e che richiama con urgenza la questione centrale per la Venezia contemporanea: come proteggere la città da ciò che la sostiene?
Nella terza istanza, Il progetto trova la sua forma compiuta nello spazio CZ nell isola della Giudecca a Venezia, dove la performance viene traslata in un’installazione immersiva.
Una stanza oscurata, due videoproiezioni — la performance realizzata a Venezia e quella compiuta a Santiago del Cile — collocate una affianco all’altra, creando un confronto diretto tra contesti geografici differenti ma attraversati dalle stesse logiche di massa, guida e ripetizione. L’ambiente è saturato dal rumore continuo dei piccioni, che avvolge lo spettatore e trasforma lo spazio in un ecosistema sensoriale denso, quasi opprimente.
Al centro della stanza, un quadrato di PVC trasparente colmo di pop corn introduce un elemento di fragilità e consumo, richiamando allo stesso tempo l’alimentazione dei piccioni durante le performance precedenti. Lo stesso pop corn viene infatti offerto al pubblico, invitato a mangiarlo mentre osserva i due video: un’azione semplice che lo integra immediatamente nel dispositivo dell’opera. Nutrendosi, gli spettatori si ritrovano parte dello stesso ciclo che l’artista mette in scena — un circuito di interdipendenze in cui chi guarda diventa anche attore, massa, presenza che contribuisce a sostenere il meccanismo.
Così l’installazione chiude il cerchio avviato nella performance urbana: il “guidare ed essere guidati”, il “nutrire ed essere nutriti”, il movimento continuo della folla e la sua invasione simbolica si riflettono sul pubblico stesso, restituendo a ciascuno la consapevolezza del proprio ruolo all’interno dei sistemi che abitano la città contemporanea. L’opera diventa così uno spazio di immersione e riflessione, in cui la posizione dello spettatore non è mai neutra ma sempre implicata, parte integrante del ciclo che osserva.